Metàloghi e Minotauri

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Padre – Ah, stai disegnando…
Figlia – Sì… ma non è finito, non dovresti guardare ancora.
P – Ormai ho guardato… Un Minotauro!… Be’, sei proprio brava, anche da piccola disegnavi bene… Uhm! Mi ricorda qualcosa… Picasso?
F – Oh, papà… Be’, sì, ti confesso che ho voluto imitare Picasso. E’ un po’ ambizioso, non ti pare?
P – Vuoi dire che stai cercando di fare un falso Picasso?
F – Be’, veramente no… non avevo in mente niente di simile… volevo solo esercitarmi a imitare… Imitare vuol dire fare un falso?
P – No… direi di no… Cioè, dipende. Se io non avessi visto te mentre disegnavi questo Minotauro… se avessi visto solo il disegno finito, avrei anche potuto pensare che fosse di Picasso, allora sarebbe stato un falso. Non ti pare?
F – Sì, ma… un falso? Un Minotauro falso? Ma… ma il mio disegno non è falso, è un vero disegno. Il mio è un vero Minotauro.
P – Forse hai ragione… Nessun disegno… nessun quadro può essere falso. Un quadro è sempre vero…
F – Allora perché si parla di falsi?
P – Un momento, fammi pensare… Intanto non si dice “questo quadro è falso”, si dice “questo quadro è un falso”. E’ diverso.
F – E che differenza fa un articolo?
P – Non lo so, ma credo che sia importante. L’hai detto tu, prima, che il tuo disegno non è falso, è un disegno vero. Nessun disegno è falso… E’ falso, no… è un falso solo se chi lo guarda crede che sia stato un altro a farlo e non chi l’ha fatto. Se io credessi che questo Minotauro l’avesse fatto Picasso…
F – Oh, papà… Ma perché devi sempre fare le cose così complicate?
P – Aspetta. Se tu fai il Minotauro nello stile di Picasso e lo vendi a qualcuno…
F – Ma io non voglio venderlo a nessuno. L’ho fatto per me.
P – D’accordo. Ma se tu volessi venderlo a qualcuno… Anche senza venderlo… Se tu dicessi a qualcuno, ecco vedi, questo è un disegno di Picasso, allora sarebbe un falso. Se invece gli dicessi che l’hai fatto tu, anche se è nello stile di Picasso non sarebbe un falso.
F – Allora è un falso solo se chi lo guarda crede che sia vero mentre è vero solo se sa che è falso. Uhmmm… Se credo che sia vero è falso, se credo che sia falso è vero…
P – Sì… Cioè, no. Se tu fai il tuo Minotauro nello stile di Picasso e uno lo guarda e dice, to’ guarda un Minotauro di Picasso, allora non è un falso, perché nessuno l’ha spinto a credere che sia un Picasso.
F – Mentre se io gli dico “ecco un Picasso” e invece l’ho fatto io, allora è un falso.
P – Sì, credo di sì…
F – Insomma bisogna che ci sia l’intenzione.
P – Sì. Il dolo. Si chiama dolo. Se c’è dolo, allora è un falso.
F – Se non c’è… dolo, allora non è un falso.
P – No, è solo un errore. Un errore di attribuzione.
F – Allora vero e falso sono opinioni, non sono… verità.
P – Diciamo così: se tu vendi il quadro e dici al tuo cliente che è un Picasso, e il tuo cliente crede davvero che sia un Picasso, allora per lui è un falso… No, per lui non è un falso. Per te è un falso, perché tu sai che è un falso, lui no. Quindi per lui è un vero Picasso, anche se non è un vero Picasso… Mentre tu sai che non è un vero Picasso…
F – Papà, mi stai imbrogliando.
P – No, no… E’ complicato… Insomma il quadro è vero o falso non per il quadro in sé ma per quello che si sa o si crede sul quadro.
F – E’ come questo metalogo.
P – Cioè?
F – Sì, se uno crede che questo metalogo sia un vero metalogo, allora è un falso, ma se uno sa fin dall’inizio che è falso, allora l’accetta come vero…
P– Che cosa vuol dire un vero metalogo?
F – Massì, papà, un metalogo di Bateson.
P – Mentre un falso metalogo…
F – E’ un metalogo che non è di Bateson.
P – Ah.
F – Allora?
P – Allora che?
F – Dico, se uno crede che questo sia un metalogo di Bateson, allora è un falso, ma se sa che non è di Bateson, allora l’accetta come vero.
P – Be’, sì…
F – E’ per questo che è un vero metalogo?
P – Cioè?
F – Sì: è un dialogo che parla del vero e del falso, ma il dialogo è a sua volta un esempio di vero e di falso… quindi è un vero metalogo. Anche se non è un vero metalogo, un metalogo di Bateson… Insomma è un metalogo vero e falso.
P – Uhmmm…
***
P – Hai intenzione di firmarlo, il tuo disegno?
F – Firmarlo? Non lo so ancora… Forse sì.
P – E come lo firmi?
F – Picasso, naturalmente.
P – Allora diventa un falso.
F – No, perché tu sai che l’ho fatto io e che l’ho firmato io. E anch’io lo so, naturalmente.
P – Ma un altro non lo sa, e per lui è un falso.
F – No. E’ un falso solo se gli dico che è vero. Solo se c’è… il dolo. Se non gli dico niente non è un falso. Lui può credere ciò che vuole…
P – Già… Però se vede la firma pensa che sia un Picasso. Se non vuoi che ci sia dolo non devi firmarlo.
F – Allora non lo firmo.
***
F – Papà?
P – Sì?
F – Il dolo è come un imbroglio?
P – Sì, direi di sì.
F – Allora posso dire imbroglio? Invece di dolo?
P – Sì, certo.
F – Allora. Se io prendo da parte un tizio e gli faccio credere che il mio Minotauro è un Picasso, be’ allora lo imbroglio.
P – Tu lo imbrogli, ma lui non sa di essere stato imbrogliato… Se uno crede che sia un Minotauro di Picasso e lo compera e lo appende in salotto, è tutto contento… Solo quando viene a sapere che non è di Picasso si sente imbrogliato. Se non sa niente non è un imbroglio.
F – Sì, ma io so di averlo imbrogliato, quindi è un imbroglio. Per me è un imbroglio, per lui non è un imbroglio… La cosa si fa sempre più imbrogliata… L’imbroglio è imbroglio per me che so che è un imbroglio, mentre per lui non c’è imbroglio perché non sa che è stato imbrogliato. Insomma, sono io che vedo il falso e vedo l’imbroglio, mentre lui non sa nulla e quindi…
P – E’ come l’informazione. L’informazione non sta nel messaggio, ma nell’orecchio di chi lo riceve. Non esiste un’informazione assoluta. L’informazione è sempre relativa. L’autenticità del quadro non sta nel quadro, ma nella mente di chi lo guarda… Se uno crede di avere un Picasso è come se avesse un Picasso. Lo mostra agli amici e dice “vi piace il mio Picasso?” e gli amici lo invidiano perché ha un Picasso. Tutto va come se fosse un vero Picasso.
F – Eppure c’è qualcosa che non va… Se gli vendessi un Picasso falso senza dirgli che è un falso… Insomma, non sarebbe morale.
P – Questo è un altro paio di maniche… La verità va tenuta separata dall’etica. O forse no… Le due cose vanno sempre insieme… Diciamo che nel mondo astratto della logica e dell’informazione e dei codici l’etica e la verità si possono tenere separate, mentre nel mondo degli umani no…
F – Però il tizio che compra il mio Minotauro e crede che sia un Picasso e magari me lo paga un sacco di quattrini mi fa un po’ pena…
P – Questo lo capisco. E’ per questo che non devi tentare di vendere il tuo Minotauro facendolo passare per un Picasso.
F – Solo perché il cliente mi farebbe pena?
P – Be’, non solo per questo…
F – Perché allora?
P – Perché non sarebbe etico. Sarebbe un imbroglio.
***
F – Papà?
P – Sì?
F – Picasso poteva fare un falso? Voglio dire un falso Picasso?
P – Be’, no, naturalmente. Lui era Picasso.
F – Però avrebbe potuto fare un quadro pensando “adesso faccio un quadro a imitazione di Picasso, ma non sarà un vero Picasso, perché io non voglio che sia un Picasso”. Quello che conta è la sua intenzione. Se lui voleva imbrogliare…
P – Aspetta un momento. Stai dicendo…
F – Lui avrebbe potuto imbrogliare i suoi clienti meglio di chiunque altro. E nessuno avrebbe mai potuto smascherarlo. Per scoprire l’imbroglio si doveva entrare nella sua mente.
P – Sì, ma se io l’avessi visto fare quel quadro…
F – Lui avrebbe sempre potuto dire che aveva imitato sé stesso… Tu hai detto che è tutto nella mente…
P – Lasciamo perdere…
***
F – Però quello che ripeti sempre è vero, che tutto è nella mente.
P – Perché dici questo?
F – Stavo pensando… Se vai a visitare un museo e ti fermi davanti a un quadro senza sapere di chi è… e poi qualcuno vicino a te dice “ah, guarda guarda, è un Picasso”, allora il tuo atteggiamento verso il quadro cambia, no?
P – Sì, credo di sì… Prima guardavo il quadro distrattamente, poi lo guardo con più interesse. Magari prima non mi piaceva e dopo forse mi piace. O viceversa…
F – Perché adesso sai che è di Picasso, quindi ai tuoi occhi il quadro deve valere più di prima. O meno di prima. Insomma il quadro è cambiato.
P – No. Il quadro è esattamente quello di prima.
F – Vedi, allora? E’ tutto nella tua mente. Il quadro non è cambiato, sei cambiato tu.
P – E se il quadro di Picasso che ho davanti è un falso?
F – Per te non cambia niente, se non sai che è un falso. Ti è stato detto che è un Picasso e per te è un Picasso… Poi magari vieni a sapere che è un falso… allora il tuo atteggiamento cambia di nuovo…
P – Ma il quadro resta sempre lo stesso, no?
F – Già…
P – Uhhmmm…
***
F – Papà?
P – Sì?
F – Pensavo… Se un bravo pittore fa un quadro di Picasso… cioè un quadro che sembra di Picasso, ed è così bravo che il quadro sembra più vero di un quadro di Picasso…
P – Non è possibile.
F – Massì, papà… Pensa, se uno s’impadronisce della tecnica di Picasso fino al punto da superare lo stesso Picasso…
P – Ma non è comunque Picasso.
F – Ma… Non esiste lo stile di Picasso? Picasso non coincide con il suo stile?
P – Mah, forse non esiste lo stile di Picasso, in astratto: ci sono solo i quadri che ha fatto Picasso. Quelli sono lo stile di Picasso.
F – Quindi se uno fa un quadro alla Picasso migliore di tutti i quadri che ha fatto Picasso, se riesce a imbrogliare perfino Picasso…
P – Non può imbrogliare Picasso.
F – Ma se Picasso ha fatto tanti quadri da non ricordarseli tutti, magari crede che quello sia suo, perché ha proprio il suo stile… Magari dice a tutti che quel quadro è suo.
P – Cioè accetta un falso come se fosse vero.
F – Allora il falso diventa vero? Perché Picasso lo accetta?
P – No, direi di no…
F – Uhmmm…
***
F – Mi ricordo che una volta hai scritto di un uomo che fa pipì in una foresta…
P – Ah, sì… Ma che c’entra questo?
F – Be’, hai anche scritto che se qualcuno lo guarda mentre fa pipì lui si comporta in un modo, mentre se nessuno lo guarda si comporta in modo diverso.
P – No. Può darsi che ci sia qualcuno che lo guarda e che lui creda di non essere guardato. Non è la presenza o l’assenza di qualcuno che lo guarda, ma ciò che crede lui mentre fa pipì. E’ tutto nella sua mente.
F – Come nel caso del quadro.
P – Sì… Però in questo caso è più complicato.
F – Perché?
P – Anche l’uomo che guarda… Cioè se c’è uno che lo guarda, l’uomo che fa pipì può accorgersene o no. Se se ne accorge può far capire all’uomo che lo guarda che si è accorto della sua presenza, oppure può far finta di niente. E se fa capire a quello che guarda che si è accorto di essere guardato, quello che lo guarda può comportarsi come se si fosse accorto di essere stato scoperto oppure può continuare a fingere di non essere stato scoperto. E a questo punto l’uomo che fa pipì può decidere di comportarsi come se si fosse accorto che l’altro si è accorto che lui si è accorto…
F – Basta, papà! Smettila! E’ mai possibile che quando cominci a fare queste riflessioni tu non sia capace di fermarti? Oltre un certo punto non si può andare.
P – E perché?
F – Non lo so… Perché l’uomo che fa la pipì a un certo punto smette di farla… Non può mica far pipì per sempre… Quindi chi lo guarda smette di guardarlo e tutto finisce… Insomma le cose cominciano e finiscono.
P – Sì, è vero, e anche questo metalogo non può andare avanti per tutto il giorno. E’ cominciato e adesso finisce.
F – Anch’io adesso finisco il mio Minotauro. Però non so se lo firmo. E se lo firmo non so se lo firmo Picasso… Però, forse sì… Lo vuoi comprare tu, papà?
P – Comprarlo? Comprare un falso? E perché no?…
F – E tu lo firmi, il tuo metalogo?
P – Può darsi…
F – E come lo firmi?
P – Se tu firmi Picasso, io firmo Bateson.
Metàloghi e Minotauri
Metalogo
di
Giuseppe O. Longo
Trieste, maggio 2004

Metàloghi e Minotauri

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Padre – Ah, stai disegnando…
Figlia – Sì… ma non è finito, non dovresti guardare ancora.
P – Ormai ho guardato… Un Minotauro!… Be’, sei proprio brava, anche da piccola disegnavi bene… Uhm! Mi ricorda qualcosa… Picasso?
F – Oh, papà… Be’, sì, ti confesso che ho voluto imitare Picasso. E’ un po’ ambizioso, non ti pare?
P – Vuoi dire che stai cercando di fare un falso Picasso?
F – Be’, veramente no… non avevo in mente niente di simile… volevo solo esercitarmi a imitare… Imitare vuol dire fare un falso?
P – No… direi di no… Cioè, dipende. Se io non avessi visto te mentre disegnavi questo Minotauro… se avessi visto solo il disegno finito, avrei anche potuto pensare che fosse di Picasso, allora sarebbe stato un falso. Non ti pare?
F – Sì, ma… un falso? Un Minotauro falso? Ma… ma il mio disegno non è falso, è un vero disegno. Il mio è un vero Minotauro.
P – Forse hai ragione… Nessun disegno… nessun quadro può essere falso. Un quadro è sempre vero…
F – Allora perché si parla di falsi?
P – Un momento, fammi pensare… Intanto non si dice “questo quadro è falso”, si dice “questo quadro è un falso”. E’ diverso.
F – E che differenza fa un articolo?
P – Non lo so, ma credo che sia importante. L’hai detto tu, prima, che il tuo disegno non è falso, è un disegno vero. Nessun disegno è falso… E’ falso, no… è un falso solo se chi lo guarda crede che sia stato un altro a farlo e non chi l’ha fatto. Se io credessi che questo Minotauro l’avesse fatto Picasso…
F – Oh, papà… Ma perché devi sempre fare le cose così complicate?
P – Aspetta. Se tu fai il Minotauro nello stile di Picasso e lo vendi a qualcuno…
F – Ma io non voglio venderlo a nessuno. L’ho fatto per me.
P – D’accordo. Ma se tu volessi venderlo a qualcuno… Anche senza venderlo… Se tu dicessi a qualcuno, ecco vedi, questo è un disegno di Picasso, allora sarebbe un falso. Se invece gli dicessi che l’hai fatto tu, anche se è nello stile di Picasso non sarebbe un falso.
F – Allora è un falso solo se chi lo guarda crede che sia vero mentre è vero solo se sa che è falso. Uhmmm… Se credo che sia vero è falso, se credo che sia falso è vero…
P – Sì… Cioè, no. Se tu fai il tuo Minotauro nello stile di Picasso e uno lo guarda e dice, to’ guarda un Minotauro di Picasso, allora non è un falso, perché nessuno l’ha spinto a credere che sia un Picasso.
F – Mentre se io gli dico “ecco un Picasso” e invece l’ho fatto io, allora è un falso.
P – Sì, credo di sì…
F – Insomma bisogna che ci sia l’intenzione.
P – Sì. Il dolo. Si chiama dolo. Se c’è dolo, allora è un falso.
F – Se non c’è… dolo, allora non è un falso.
P – No, è solo un errore. Un errore di attribuzione.
F – Allora vero e falso sono opinioni, non sono… verità.
P – Diciamo così: se tu vendi il quadro e dici al tuo cliente che è un Picasso, e il tuo cliente crede davvero che sia un Picasso, allora per lui è un falso… No, per lui non è un falso. Per te è un falso, perché tu sai che è un falso, lui no. Quindi per lui è un vero Picasso, anche se non è un vero Picasso… Mentre tu sai che non è un vero Picasso…
F – Papà, mi stai imbrogliando.
P – No, no… E’ complicato… Insomma il quadro è vero o falso non per il quadro in sé ma per quello che si sa o si crede sul quadro.
F – E’ come questo metalogo.
P – Cioè?
F – Sì, se uno crede che questo metalogo sia un vero metalogo, allora è un falso, ma se uno sa fin dall’inizio che è falso, allora l’accetta come vero…
P– Che cosa vuol dire un vero metalogo?
F – Massì, papà, un metalogo di Bateson.
P – Mentre un falso metalogo…
F – E’ un metalogo che non è di Bateson.
P – Ah.
F – Allora?
P – Allora che?
F – Dico, se uno crede che questo sia un metalogo di Bateson, allora è un falso, ma se sa che non è di Bateson, allora l’accetta come vero.
P – Be’, sì…
F – E’ per questo che è un vero metalogo?
P – Cioè?
F – Sì: è un dialogo che parla del vero e del falso, ma il dialogo è a sua volta un esempio di vero e di falso… quindi è un vero metalogo. Anche se non è un vero metalogo, un metalogo di Bateson… Insomma è un metalogo vero e falso.
P – Uhmmm…
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P – Hai intenzione di firmarlo, il tuo disegno?
F – Firmarlo? Non lo so ancora… Forse sì.
P – E come lo firmi?
F – Picasso, naturalmente.
P – Allora diventa un falso.
F – No, perché tu sai che l’ho fatto io e che l’ho firmato io. E anch’io lo so, naturalmente.
P – Ma un altro non lo sa, e per lui è un falso.
F – No. E’ un falso solo se gli dico che è vero. Solo se c’è… il dolo. Se non gli dico niente non è un falso. Lui può credere ciò che vuole…
P – Già… Però se vede la firma pensa che sia un Picasso. Se non vuoi che ci sia dolo non devi firmarlo.
F – Allora non lo firmo.
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F – Papà?
P – Sì?
F – Il dolo è come un imbroglio?
P – Sì, direi di sì.
F – Allora posso dire imbroglio? Invece di dolo?
P – Sì, certo.
F – Allora. Se io prendo da parte un tizio e gli faccio credere che il mio Minotauro è un Picasso, be’ allora lo imbroglio.
P – Tu lo imbrogli, ma lui non sa di essere stato imbrogliato… Se uno crede che sia un Minotauro di Picasso e lo compera e lo appende in salotto, è tutto contento… Solo quando viene a sapere che non è di Picasso si sente imbrogliato. Se non sa niente non è un imbroglio.
F – Sì, ma io so di averlo imbrogliato, quindi è un imbroglio. Per me è un imbroglio, per lui non è un imbroglio… La cosa si fa sempre più imbrogliata… L’imbroglio è imbroglio per me che so che è un imbroglio, mentre per lui non c’è imbroglio perché non sa che è stato imbrogliato. Insomma, sono io che vedo il falso e vedo l’imbroglio, mentre lui non sa nulla e quindi…
P – E’ come l’informazione. L’informazione non sta nel messaggio, ma nell’orecchio di chi lo riceve. Non esiste un’informazione assoluta. L’informazione è sempre relativa. L’autenticità del quadro non sta nel quadro, ma nella mente di chi lo guarda… Se uno crede di avere un Picasso è come se avesse un Picasso. Lo mostra agli amici e dice “vi piace il mio Picasso?” e gli amici lo invidiano perché ha un Picasso. Tutto va come se fosse un vero Picasso.
F – Eppure c’è qualcosa che non va… Se gli vendessi un Picasso falso senza dirgli che è un falso… Insomma, non sarebbe morale.
P – Questo è un altro paio di maniche… La verità va tenuta separata dall’etica. O forse no… Le due cose vanno sempre insieme… Diciamo che nel mondo astratto della logica e dell’informazione e dei codici l’etica e la verità si possono tenere separate, mentre nel mondo degli umani no…
F – Però il tizio che compra il mio Minotauro e crede che sia un Picasso e magari me lo paga un sacco di quattrini mi fa un po’ pena…
P – Questo lo capisco. E’ per questo che non devi tentare di vendere il tuo Minotauro facendolo passare per un Picasso.
F – Solo perché il cliente mi farebbe pena?
P – Be’, non solo per questo…
F – Perché allora?
P – Perché non sarebbe etico. Sarebbe un imbroglio.
***
F – Papà?
P – Sì?
F – Picasso poteva fare un falso? Voglio dire un falso Picasso?
P – Be’, no, naturalmente. Lui era Picasso.
F – Però avrebbe potuto fare un quadro pensando “adesso faccio un quadro a imitazione di Picasso, ma non sarà un vero Picasso, perché io non voglio che sia un Picasso”. Quello che conta è la sua intenzione. Se lui voleva imbrogliare…
P – Aspetta un momento. Stai dicendo…
F – Lui avrebbe potuto imbrogliare i suoi clienti meglio di chiunque altro. E nessuno avrebbe mai potuto smascherarlo. Per scoprire l’imbroglio si doveva entrare nella sua mente.
P – Sì, ma se io l’avessi visto fare quel quadro…
F – Lui avrebbe sempre potuto dire che aveva imitato sé stesso… Tu hai detto che è tutto nella mente…
P – Lasciamo perdere…
***
F – Però quello che ripeti sempre è vero, che tutto è nella mente.
P – Perché dici questo?
F – Stavo pensando… Se vai a visitare un museo e ti fermi davanti a un quadro senza sapere di chi è… e poi qualcuno vicino a te dice “ah, guarda guarda, è un Picasso”, allora il tuo atteggiamento verso il quadro cambia, no?
P – Sì, credo di sì… Prima guardavo il quadro distrattamente, poi lo guardo con più interesse. Magari prima non mi piaceva e dopo forse mi piace. O viceversa…
F – Perché adesso sai che è di Picasso, quindi ai tuoi occhi il quadro deve valere più di prima. O meno di prima. Insomma il quadro è cambiato.
P – No. Il quadro è esattamente quello di prima.
F – Vedi, allora? E’ tutto nella tua mente. Il quadro non è cambiato, sei cambiato tu.
P – E se il quadro di Picasso che ho davanti è un falso?
F – Per te non cambia niente, se non sai che è un falso. Ti è stato detto che è un Picasso e per te è un Picasso… Poi magari vieni a sapere che è un falso… allora il tuo atteggiamento cambia di nuovo…
P – Ma il quadro resta sempre lo stesso, no?
F – Già…
P – Uhhmmm…
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F – Papà?
P – Sì?
F – Pensavo… Se un bravo pittore fa un quadro di Picasso… cioè un quadro che sembra di Picasso, ed è così bravo che il quadro sembra più vero di un quadro di Picasso…
P – Non è possibile.
F – Massì, papà… Pensa, se uno s’impadronisce della tecnica di Picasso fino al punto da superare lo stesso Picasso…
P – Ma non è comunque Picasso.
F – Ma… Non esiste lo stile di Picasso? Picasso non coincide con il suo stile?
P – Mah, forse non esiste lo stile di Picasso, in astratto: ci sono solo i quadri che ha fatto Picasso. Quelli sono lo stile di Picasso.
F – Quindi se uno fa un quadro alla Picasso migliore di tutti i quadri che ha fatto Picasso, se riesce a imbrogliare perfino Picasso…
P – Non può imbrogliare Picasso.
F – Ma se Picasso ha fatto tanti quadri da non ricordarseli tutti, magari crede che quello sia suo, perché ha proprio il suo stile… Magari dice a tutti che quel quadro è suo.
P – Cioè accetta un falso come se fosse vero.
F – Allora il falso diventa vero? Perché Picasso lo accetta?
P – No, direi di no…
F – Uhmmm…
***
F – Mi ricordo che una volta hai scritto di un uomo che fa pipì in una foresta…
P – Ah, sì… Ma che c’entra questo?
F – Be’, hai anche scritto che se qualcuno lo guarda mentre fa pipì lui si comporta in un modo, mentre se nessuno lo guarda si comporta in modo diverso.
P – No. Può darsi che ci sia qualcuno che lo guarda e che lui creda di non essere guardato. Non è la presenza o l’assenza di qualcuno che lo guarda, ma ciò che crede lui mentre fa pipì. E’ tutto nella sua mente.
F – Come nel caso del quadro.
P – Sì… Però in questo caso è più complicato.
F – Perché?
P – Anche l’uomo che guarda… Cioè se c’è uno che lo guarda, l’uomo che fa pipì può accorgersene o no. Se se ne accorge può far capire all’uomo che lo guarda che si è accorto della sua presenza, oppure può far finta di niente. E se fa capire a quello che guarda che si è accorto di essere guardato, quello che lo guarda può comportarsi come se si fosse accorto di essere stato scoperto oppure può continuare a fingere di non essere stato scoperto. E a questo punto l’uomo che fa pipì può decidere di comportarsi come se si fosse accorto che l’altro si è accorto che lui si è accorto…
F – Basta, papà! Smettila! E’ mai possibile che quando cominci a fare queste riflessioni tu non sia capace di fermarti? Oltre un certo punto non si può andare.
P – E perché?
F – Non lo so… Perché l’uomo che fa la pipì a un certo punto smette di farla… Non può mica far pipì per sempre… Quindi chi lo guarda smette di guardarlo e tutto finisce… Insomma le cose cominciano e finiscono.
P – Sì, è vero, e anche questo metalogo non può andare avanti per tutto il giorno. E’ cominciato e adesso finisce.
F – Anch’io adesso finisco il mio Minotauro. Però non so se lo firmo. E se lo firmo non so se lo firmo Picasso… Però, forse sì… Lo vuoi comprare tu, papà?
P – Comprarlo? Comprare un falso? E perché no?…
F – E tu lo firmi, il tuo metalogo?
P – Può darsi…
F – E come lo firmi?
P – Se tu firmi Picasso, io firmo Bateson.
Metàloghi e Minotauri
Metalogo
di
Giuseppe O. Longo
Trieste, maggio 2004